Era un giorno di inizio estate di 6 anni fa, girovagavo a Milano alla ricerca dell’ospedale Buzzi, l’ospedale dei bambini. Un posto in cui non ero mai andata fino ad allora.
Non ho alcuna memoria di come fosse l’ingresso, ricordo solo che per entrare fui costretta a passare attraverso un gruppo di persone pro-vita.
Persone che, senza sapere nulla di me, del perché ero lì, della mia storia, del mio stato emotivo, mi vomitarono addosso slogan contro l’aborto cercando di consegnarmi volantini che etichettavano la donna come assassina e l’aborto come un omicidio.
Ricordo quel momento come fosse oggi.
Ricordo quella sensazione di violenza emotiva e ricordo la mia reazione istintiva di allontanamento da quei volantini, da quelle persone, da quel luogo.
Io non ero lì per abortire, non avevo avuto aborti in passato, ero semplicemente incinta e felice di esserlo. Eppure il loro modo, le loro parole, la loro aggressività mi avevano infastidito, innervosito e ferito.
3 anni dopo mi ritrovai all’ospedale di Pavia.
Ero davanti ad un medico che mi informava che portavo in grembo un bambino che, per il 50% delle possibilità, sarebbe potuto nascere con gravi deficit.
Io non avrei mai voluto che mio figlio nascesse con quel fardello e ricordo le sue parole: “può decidere di interrompere la gravidanza ora o valutare di arrivare alla fine del quinto mese e capire con l’amniocentesi se questo scenario è confermato. E, se fosse confermato, potrà scegliere di interrompere ma, la avverto, sarà psicologicamente più difficile perché dovrà partorire.”
Ricordo la mia domanda tra le lacrime: “lei cosa mi consiglia?”
La sua risposta fu:”E’ una decisione che deve prendere lei, però io le consiglierei di interrompere adesso perché al quinto mese sarebbe veramente traumatico.”
Ricordo quel momento come fosse oggi.
Ricordo che piansi perché non volevo interrompere senza la certezza che non fosse sano. Ricordo che piansi perché non volevo dare alla luce un bambino con gravi deficit.
Ma ringraziai 194 volte il cielo di avere la possibilità di scelta. Per quanto dura fosse quella scelta.
Quando uscii dall’ospedale di Pavia ero psicologicamente sottoterra, se avessi incontrato un gruppo di attivisti pro-vita non so cosa sarebbe successo… (o forse sì).
Ma ci sono delle parole che si ripetono nella legge 194 e che mi risuonano come un mantra “nel rispetto della dignità e della riservatezza della donna…”
E allora rispettiamo la donna, i suoi sentimenti… pesiamo 194 volte le parole che scegliamo, informiamola con rispetto e tuteliamo, tutti insieme, il diritto sacrosanto di scegliere!
.194 volte libere di scegliere.
