Avrei voluto essere a Marsiglia per sentirlo dal vivo, Mattarella, mentre pronunciava parole che pesano come pietre e risuonano come un monito. Perché non era solo un discorso di circostanza, non era retorica istituzionale, era un richiamo alla Storia e alla responsabilità di chi oggi la sta scrivendo. Ci ha chiesto di scegliere. Di capire se vogliamo essere spettatori o protagonisti. Se vogliamo restare protetti sotto l’ombrello altrui, vivendo di rendita sulle scelte di chi è più audace di noi, oppure se abbiamo il coraggio di essere davvero europei. E noi, generazione Erasmus, figli della libera circolazione, della moneta unica, delle frontiere aperte, dovremmo saperlo meglio di chiunque altro. Noi che abbiamo viaggiato senza passaporto, che abbiamo studiato in un’altra lingua senza sentirci stranieri, che abbiamo pagato un caffè a Berlino o Madrid senza pensare al cambio. Noi che abbiamo toccato con mano cosa significa essere parte di qualcosa di più grande. Noi che siamo stati i figli del Manifesto di Ventotene, che abbiamo ereditato il sogno di Altiero Spinelli e di chi, dietro il filo spinato di un’isola, immaginava un’Europa unita mentre fuori il mondo bruciava. Eppure, siamo ancora sospesi. Ancora legati a un’identità nazionale che spesso sentiamo stretta, ma a cui ci aggrappiamo per paura di fare quel passo definitivo. Il passo che ci renderebbe davvero europei. Intanto, oltre oceano, qualcosa si muove. E non nella direzione giusta. C’è chi sta tornando a politiche economiche protezionistiche, chi sta delegittimando gli organismi internazionali che hanno garantito decenni di pace, chi sta ridisegnando i confini del potere globale come se fosse un gioco di equilibri tra pochi, come se il mondo fosse proprietà privata di chi più ha forza per prenderselo. C’è chi crede di poter possedere lo spazio, il cyberspazio, il clima. Di poter mettere recinti intorno a ciò che appartiene a tutti. E l’Europa? L’Europa rischia di restare schiacciata tra queste nuove logiche di dominio, tra chi detta le regole e chi le subisce. Lo ha detto anche Mario Draghi nel suo rapporto sulla competitività: o l’Europa si unisce in una visione comune, investe nella ricerca, nell’innovazione, nella sicurezza, o resteremo indietro. Diventeremo irrilevanti in un mondo che corre veloce. Non basta essere culla della civiltà, non basta avere una storia gloriosa: la Storia non vive di nostalgia, ma di scelte. E allora mi chiedo: siamo pronti? Siamo pronti a difendere quel sogno di integrazione che ci ha permesso di vivere senza muri, senza confini? O continueremo a restare fermi, convinti che qualcuno deciderà per noi? Mattarella ci ha detto che il tempo dell’attesa è finito. L’Europa deve agire, deve diventare protagonista. Perché chi ha vissuto la guerra – chi, come noi europei, ne porta ancora le cicatrici nel suolo e nella memoria – sa che la pace non è un dono, ma una costruzione quotidiana. Uniamoci, alziamo lo sguardo, facciamo qualcosa, insieme.
