L’altro giorno ho indossato un vestito cucito da mia nonna per mia madre. È un abito che metto raramente, ma che tengo con cura. So che è lì. So cosa rappresenta.
Mentre lo indossavo, ho notato che un filo si era sfilato lungo il fianco.
Non ci avevo fatto caso prima. Era sottile, quasi invisibile. E poi, lentamente, con i gesti della giornata, quel filo ha iniziato a tirare, a trascinare con sé un piccolo punto.
Non dava fastidio, all’inizio.
Poi, a fine giornata, mi sono accorta che il bordo si stava aprendo. Mi è rimasta addosso una strana sensazione. Quella cucitura che avevo trascurato, quasi impercettibile, stava diventando una ferita nel tessuto.
E allora ho pensato alla libertà.
Anche lei, come quel vestito, è qualcosa che ci è stato cucito addosso da chi è venuto prima. A volte la diamo per scontata, la indossiamo senza farci caso.
E poi un giorno un filo si allenta: un diritto che si restringe, una voce che si silenzia, un gesto che non è più possibile.
Non succede all’improvviso. Succede piano.
E spesso, a chi non è direttamente toccato, sembra che non sia successo nulla.
Un filo solo, dopotutto.
Ma ogni volta che una libertà si strappa, anche se riguarda “solo” una persona su mille, su un milione, quella ferita si allarga.
E finisce per toccare tutti.
Il 25 aprile non è un giorno da ricordare solo per chi ha vissuto la guerra, o la Resistenza.
È un giorno per domandarsi: quali fili sto trascurando oggi?
Quali diritti di altri sto accettando che si sfilaccino, perché tanto non mi riguardano?
La libertà è un tessuto collettivo.
E ogni punto che salta, anche se piccolo, è una ferita nostra.
Se non ricuciamo insieme, un giorno ci accorgeremo che il vestito non tiene più.
E non avremo più nemmeno la memoria di chi l’aveva cucito per noi.
A te è mai capitato di accorgerti troppo tardi di un “filo tirato”? Se sì, condividimi la tua storia.
